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«Non mi interessa che tuo marito sia malato. Il tuo posto auto mi serve e lo prenderò»: il vicino occupò il nostro parcheggio per tre settimane, finché non intervenne qualcuno.

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Il silenzio che calò nel cortile fu interrotto soltanto dal ronzio distante del traffico lungo la via principale. Klaus rimase immobile con la mano a mezz’aria, a pochi centimetri dalla maniglia della porta a vetri. La sicurezza sfacciata che lo aveva accompagnato per ventuno giorni sembrava essersi dissolta nel grigiore dell’asfalto. «È una follia», mormorò Klaus, ma la voce gli uscì incrinata, priva del timbro metallico con cui mi aveva ordinato di trascinare mio marito sul ghiaccio.

«Il costruttore era la Steirische Bau. Ho comprato da loro quattro anni fa. Ho versato i bonifici direttamente al liquidatore fallimentare. Ho le ricevute registrate all’ufficio delle imposte». Fece un passo verso l’avvocato Wallner, quasi a voler strappare quei fogli dalla sua cartella di cuoio, ma la donna fece mezzo passo indietro, mantenendo una distanza rigorosa e professionale.

«La Steirische Bau è fallita nel duemiladiciannove senza aver mai completato il frazionamento delle quote ipotecarie», spiegò l’avvocato Wallner con voce ferma e misurata, senza concedere alcuna enfasi drammatica. «La società originaria apparteneva a tre soci paritari. Due sono fuggiti all’estero lasciando debiti chirografari enormi. Il terzo socio, quello che mise l’intero capitale fondiario e il terreno su cui sorge questo condominio, rilevò l’intero debito ipotecario della cassa di risparmio per evitare il pignoramento delle famiglie che avevano

già acquistato i primi quattro appartamenti. Quel socio è Jens Gruber». Klaus scosse la testa convulsamente, guardando me e poi la finestra dove mio marito continuava a fissare il vuoto con la coperta sulle ginocchia. «Jens non ha un soldo», ribatté Klaus, puntandomi contro un indice accusatore che adesso tremava vistosamente. «Guidate una vecchia Opel scassata.

Non avete nemmeno i soldi per un’infermiera privata, lo lavi tu sulle scale, lo vedono tutti che vivete con la pensione minima d’invalidità. Non prendermi in giro con queste storie da teatrino provinciale». Klaus tentò di ridere, ma la risata gli morì in gola quando l’avvocato Wallner estrasse l’ultimo documento dal fascicolo verde: un atto notarile di surroga datato ottobre duemilaventuno, registrato presso la cancelleria del tribunale commerciale di Graz.

«Jens Gruber ha rinunciato a riscuotere le sue quote per finanziare le sue cure sperimentali e per non gettare sulla strada gli inquilini storici», continuò l’avvocato con assoluta freddezza. «Ma l’attico che lei occupa al terzo piano, Herr Vogel, non è mai stato liberato dal vincolo di garanzia. Lei non ha pagato il saldo alla procedura fallimentare; lei ha versato il denaro su un conto fittizio riconducibile all’ex amministratore delegato radiato dall’albo, sapendo perfettamente che la transazione non

era regolare. Ha approfittato del fatto che Jens fosse ricoverato in terapia intensiva due anni fa per occupare l’unità, registrare una prelazione temporanea e fare ostruzionismo a qualunque verifica formale». Klaus indietreggiò finché la schiena non toccò il cofano gelato della sua station wagon. «Io ho una scrittura privata registrata», disse Klaus con il respiro corto.

«Grabner mi ha assicurato che la situazione era sanata. Ho investito novantamila euro nella ristrutturazione del terrazzo e nei pavimenti in resina. Non potete buttarmi fuori per una disputa su un parcheggio». Per la prima volta l’avvocato Wallner accennò un sorriso amaro, privo di qualsiasi calore. «Il parcheggio non è una disputa, Herr Vogel. È la prova materiale del suo dolo continuo.

Abbiamo depositato le registrazioni delle telecamere di sicurezza che lei stesso ha fatto installare sopra il garage comune. Per tre settimane lei ha deliberatamente impedito il transito a un soggetto disabile con codice di gravità certificato, usando violenza privata per costringerlo a cedere uno spazio che non solo gli appartiene di diritto, ma di cui detiene la proprietà esclusiva fin dal millenovecentonovantotto, come pertinenza indivisibile dell’appartamento a piano terra».

L’avvocato si fermò un istante, lasciando che il peso delle sue parole penetrasse nell’aria gelata. «E c’è un secondo elemento che il tribunale ha già esaminato ieri pomeriggio alle sedici». Klaus non parlò più. Teneva le mani lungo i fianchi, le nocche bianche per la tensione. «L’amministratore Grabner non le ha concesso l’uso informale per ignoranza», aggiunse la Wallner.

«Grabner è suo cognato. Ha occultato le notifiche di pagamento inviate dal curatore per conto di Jens negli ultimi quattordici mesi. Ieri mattina la polizia tributaria ha perquisito lo studio di Grabner in Jakominiplatz. Hanno trovato i mandati originali, le lettere di diffida e le prove dei versamenti mensili che lei effettuava sul conto personale di suo cognato per tenere bloccata la procedura di sgombero».

La porta d’ingresso del palazzo si aprì lentamente. Jens era riuscito ad azionare il motore elettrico della carrozzina che tenevamo vicino alla soglia interna per i piccoli spostamenti domestici. Era coperto dal pesante cappotto di loden verde scuro, lo stesso cappotto che indossava quando ancora lavorava nei cantieri edili prima che la malattia gli togliesse la forza nelle gambe e il colore dalle guance.

Il suo viso era segnato da rughe profonde, ma il suo sguardo era limpido, fermo, incredibilmente lucido. Klaus lo guardò come se vedesse un fantasma emergere dall’ombra del corridoio. «Jens… ascolta», balbettò l’uomo, provando a cambiare registro, abbandonando il tono autoritario per assumere una maschera di servile condiscendenza. «C’è stato un malinteso tra i nostri tecnici.

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