«Non solo. Léonard Dupuis ha firmato la garanzia collaterale usando il sigillo riservato del consiglio d’amministrazione, per il quale non aveva delega esclusiva». Greta Van Houtte si alzò in piedi. Non era una donna alta, ma la sua presenza fisica riempì la sala con un’autorità che fece abbassare il capo persino a Marten. Guardò Dupuis come si guarda un insetto fastidioso sul vetro di una finestra pulita.
«Sei ore fa mi avete chiamato per dirmi che la riunione doveva tenersi rigorosamente a porte chiuse in questo hotel, senza passare dalla sede centrale di Gand» disse la donna, la voce tagliente come una lama d’acciaio. «Mi avete detto che i tecnici dell’archivio erano in sciopero per rivendicazioni salariali e che voi vi assumevate l’onere della trattativa diretta».
«Signora Van Houtte, posso spiegare… ci sono stati degli errori materiali commessi dai tirocinanti…» balbettò Léonard, allargando le mani in un gesto supplichevole che lo rese immediatamente ridicolo nel suo abito impeccabile. «I tirocinanti non creano fiduciarie a Bruges con i nomi delle proprie sorelle, signor Dupuis» replicò Greta, gelida. Poi si voltò verso Marten.
«Lei, giovanotto. Prenda i suoi campionari e le sue cartelline patinate ed esca da questa stanza prima che faccia inserire anche il suo nome nel verbale di frode che Roelof sta per depositare alla procura del re». Marten non se lo fece ripetere due volte. Senza nemmeno raccogliere i fogli caduti sul pavimento, afferrò la propria borsa e scivolò fuori dalla porta socchiusa, lasciando alle spalle il suono secco dei suoi tacchi che correvano lungo la moquette del
corridoio. Léonard rimase solo, in piedi davanti al tavolo, con il respiro corto e la faccia chiazzata di rosso scuro. «Non potete rovinarmi così. Mio zio siede nel comitato di sorveglianza…» «Suo zio ha venduto le sue quote tre mesi fa per pagare i debiti della sua scuderia a Ostenda» rispose la signora Van Houtte senza alcuna pietà.
«E se pensa che il cognome Dupuis la proteggerà dalla bancarotta fraudolenta, scoprirà molto presto che la prigione di Gand accoglie con la stessa sollecitudine uomini in doppiopetto e delinquenti da strada». Greta fece un cenno al suo legale, che prese il telefono della sala conferenze e chiese al centralino di contattare immediatamente la polizia portuale e il direttore generale della holding, il signor Tobias-Graham Van Dijk, che attendeva aggiornamenti nella sede di Gand.
Dupuis capì che la partita era finita. Mi guardò, con un odio cieco negli occhi, le mani contratte a pugno. «Ti ho trovato io quel posto quando tuo padre è morto. Saresti finito a fare lo spazzino per le banchine comunali». «Mio padre ha lavorato onestamente quarant’anni senza mai rubare un solo metro di terra» risposi, guardandolo dritto negli occhi senza abbassare lo sguardo per la prima volta nella mia vita.
«Tu hai venduto il porto per cui lui ha perso la salute, e volevi farlo usando la mia fatica per coprirti le spalle. Ora vattene, Léonard». Léonard Dupuis si voltò e uscì a passi pesanti dalla sala consiliare, senza guardare la cameriera Gisèle che attendeva all’estremità del corridoio con la scopa in mano, testimone silenziosa della sua caduta.
Pochi minuti dopo, il rombo sordo di una sirena nel piazzale sottostante confermò che l’ispettore federale era già arrivato all’ingresso principale. Rimasi da solo con Greta Van Houtte e l’avvocato Roelof. L’adrenalina che mi aveva sorretto fino a quel momento cominciò a svanire, lasciandomi con un tremito leggero alle ginocchia e un senso opprimente di stanchezza.
Guardai la mia giacca logora, le scarpe opache, la cartella di cuoio consumata dal tempo. «Mi scuso per l’intrusione e per l’abbigliamento, signora Van Houtte» dissi a bassa voce, preparandomi a raccogliere il diario di mio padre per tornare ai sotterranei. «Non volevo mancare di rispetto ai presenti. So bene di non essere presentabile per incontri di questo livello».
Greta Van Houtte si fermò a un metro da me. I suoi occhi persero per la prima volta quella rigidità metallica che incuteva timore a tutti i dirigenti del settore logistico. Allungò la mano destra verso di me, non per respingermi, ma per stringere la mia mano ancora segnata dall’inchiostro della macchina copiatrice. «La presentabilità, signor Dries, è la maschera che usano i ladri per non far guardare dentro le loro borse» disse con voce ferma e rispettosa.
«Un uomo che ricorda a memoria i vincoli idraulici di cinquant’anni fa e che difende la memoria di suo padre e il lavoro della sua gente vale molto più di cento vicedirettori con la cravatta di seta». La stretta di Greta fu solida, sincera, priva di quella condiscendenza viscida a cui ero abituato da anni.
Roelof ripose i documenti nella propria cartella, chiudendo i fermagli di metallo con uno scatto netto. «Alle due di questo pomeriggio si riunisce il consiglio d’amministrazione per revocare ogni potere a Dupuis e nominare il nuovo sovrintendente tecnico ai registri demaniali» continuò la donna, osservando il quaderno nero di mio padre con reverenza. «Voglio che lei sia seduto alla mia destra con quel registro originale.
Ha tre ore per tornare a casa, rinfrescarsi e spiegare a sua moglie che le fatture della clinica di Lovanio verranno saldate direttamente dal fondo di previdenza aziendale che Dupuis aveva bloccato illegalmente». Non riuscii a trattenere una lacrima che mi scivolò lungo la guancia ruvida, asciugandosi prima di toccare il colletto consumato. Abbassai il capo, non per vergogna, ma per la prima volta con un senso profondo di sollievo che mi sciolse il nodo nello stomaco.
«Grazie, signora Van Houtte» mormorai. «Non ringrazi me, Dries. Ringrazi suo padre che ha scritto la verità su quelle pagine ingiallite» concluse lei, facendomi strada verso l’uscita con un gesto cortese. Scesi al piano terra non dalla scala di servizio buia, ma dall’ascensore dorato della hall principale. Quando le porte scorrevoli si aprirono, vidi Léonard Dupuis scortato verso una volante della gendarmeria da due agenti in borghese, con il cappotto sul braccio e lo sguardo perso nel vuoto
della piazza grigia. Gisèle mi guardò da dietro una colonna di marmo, accennando un sorriso complice e pulito. Uscii dall’hotel nell’aria fresca del mattino fiammingo, sentendo il vento del canale asciugarmi la fronte. Camminai verso la fermata del tram con il diario di mio padre stretto al petto, sapendo che finalmente potevo guardare il futuro senza dover più nascondere le mani sporche di lavoro onesto.
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