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Il capo mi escluse dal cliente importante perché non ero presentabile

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Il silenzio che calò nella sala conferenze dell’Hotel Astrid fu così denso che sentii chiaramente il ronzio del condizionatore d’aria dietro i pannelli di quercia. L’avvocato di Greta Van Houtte, un uomo anziano di nome Roelof con occhiali cerchiati di tartaruga, si alzò senza fretta dalla sedia a braccioli e si avvicinò al tavolo. Non guardò Dupuis; fissò me per un istante, poi prese il foglio che la sua cliente aveva appena bloccato.

Léonard Dupuis manteneva la mano tesa a mezz’aria, come congelato in quel gesto mancato di recupero. La maschera di superiorità che aveva esibito per mesi nell’ufficio del personale si stava sgretolando a vista d’occhio. Le vene sul suo collo gonfio pulsavano contro il colletto della camicia su misura. «Signora Van Houtte, questa è un’incursione inaccettabile» tentò di dire Dupuis, alzando il tono per coprire il tremito delle dita.

«Dries ha sottratto materiale riservato dalla mia scrivania personale. Ha violato le clausole di riservatezza del suo contratto. Chiamo immediatamente la sicurezza dell’albergo per farlo allontanare e sporgere denuncia». «Non tocchi quel telefono, Léonard» ordinò la donna, senza nemmeno alzare la voce. I suoi occhi grigi, freddi come l’acqua del porto in pieno inverno, non si staccavano dal perito legale che stava leggendo le clausole con una lente d’ingrandimento tascabile.

Roelof alzò la testa dopo due minuti interminabili. Si tolse gli occhiali con calma esasperante e guardò prima Dupuis, poi me. «L’atto di cessione della fiduciaria di Bruges porta la firma provvisoria della holding marittima, ma il codice catastale indicato nel paragrafo quattro non corrisponde al molo mercantile principale. Corrisponde alla conca di drenaggio dell’antico bacino De Smet».

«E cosa significa, Roelof?» domandò la signora Van Houtte, raddrizzando la schiena contro lo schienale imbottito. «Significa che questo contratto preliminare impegna il nostro gruppo a versare un acconto a fondo perduto per un terreno che ha un vincolo di allagamento permanente dichiarato nel 1974» rispose l’avvocato, indicando una riga sottolineata a matita rossa. «Se firmiamo oggi, noi compriamo una palude inquinata non edificabile e la fiduciaria scompare con i dodici milioni di anticipo, lasciando i debiti di

bonifica a carico della holding». Marten indietreggiò lentamente di due passi verso la porta, le braccia inerti lungo i fianchi, cercando disperatamente di rendersi invisibile. Aveva capito prima del suo superiore che il castello di carte stava crollando con un fragore sordo e definitivo. «Non ne sapevo nulla di questo vincolo!» esclamò Dupuis, la voce spezzata da un panico improvviso.

Si voltò verso di me con gli occhi sgranati, puntandomi l’indice contro il petto. «È stato lui! Dries gestisce l’archivio da solo! Ha nascosto i faldoni del 1974 per fabbricare questa trappola e ricattare la direzione! Voleva un aumento da sei mesi perché la moglie è ricoverata a Lovanio!» Sentii quelle parole colpirmi come uno schiaffo bagnato.

Nominare la malattia di mia moglie davanti a quegli estranei, usarla come un’arma per coprire la propria rapacità, superava ogni limite umano che avessi mai tollerato in quindici anni di umiliazioni silenziose. «I faldoni del 1974 non sono mai stati nascosti, Léonard» dissi, parlando piano, con ogni parola scandita dalla rabbia lucida che mi teneva i piedi piantati al suolo.

«Erano sul tavolo grande della sala consultazione fino a ieri sera. Li hai spostati tu nel tuo baule personale alle sei del pomeriggio, pensando che non avessi fatto le copie di riscontro sull’antico registro rilegato a mano». Infilai la mano nella tasca interna della mia vecchia giacca lercia e ne estrassi un secondo documento: un quaderno dalla copertina di cartone nero, consumato agli angoli, con le pagine ingiallite cucite con filo di lino.

Era il diario di carico originale tenuto da mio padre prima di me, quando il porto era ancora gestito dalle corporazioni municipali. «Questo quaderno non è mai uscito dalla cassaforte dei duplicati storici» continuai, posandolo accanto al foglio notarile. «Mio padre ha annotato ogni singolo centimetro di fango scaricato in quel canale tra il 1970 e il 1975.

Ma c’è un dettaglio che tu ignoravi del tutto, Léonard, perché non hai mai aperto un libro contabile prima di essere nominato vicedirettore grazie alle raccomandazioni di tuo zio». Dupuis deglutì a fatica, la camicia ormai madida di sudore intorno all’attaccatura del collo. «Di cosa stai parlando, topo di fogna?» sibilò con un ultimo barlume di arroganza disperata.

«Parlo del fatto che la società fiduciaria di Bruges registrata otto giorni fa non è intestata a un prestanome sconosciuto» dissi, guardando fisso Roelof e poi la signora Van Houtte. «È intestata alla signorina Valérie Dupuis, tua sorella minore, residente in Rue des Carmes a Courtrai. E l’atto costitutivo porta come testimone firmatario proprio il tuo numero di matricola aziendale».

L’avvocato Roelof tirò fuori dalla propria borsa una cartellina verde chiaro, estraendo una serie di visure camerali che aveva evidentemente preparato in via precauzionale prima dell’incontro. Le confrontò per dieci lunghissimi secondi con il foglio sgualcito portato da me. «Il codice fiscale del fideiussore corrisponde al centesimo» disse Roelof con una calma glaciale, alzando lo sguardo su Dupuis.

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