La fototessera spillata a quel rogito blindato non apparteneva a Delcourt. Il volto che mi fissava con occhi chiarissimi e una mascella quadrata, rasata di fresco, era quello di Sean-Elliot Vaneck, l’amministratore fiduciario nominato dal tribunale di primo grado di Namur per gestire i beni vacanti del nostro condominio. Ma la cosa che mi gelò le ginocchia fu la riga inferiore del documento, dove figurava la clausola di rescissione immediata: il contratto diventava esecutivo soltanto se il quarto
piano — cioè il mio appartamento in affitto agevolato e quello di Delcourt — fosse stato dichiarato inagibile per infiltrazioni strutturali entro le quarantotto ore successive. Clément rimase fermo a mezza altezza, con le dita rattrappite a pochi centimetri dal foglio. Non urlava più. Il respiro gli usciva a scatti brevi, come quello di un asmatico dopo una corsa su per le scale.
Guardò la mia mano che stringeva l’atto, poi alzò gli occhi verso la mia faccia, e per la prima volta in sei mesi vidi crollare la maschera di ferro del vecchio acido e prepotente. Sotto c’era solo un terrore cieco, viscido, da animale stretto all’angolo in una cantina buia. «Lascialo lì» sussurrò, con la voce che gli si spezzava a ogni sillaba.
«Tu non capisci un cazzo di quello che sta succedendo in questa casa. Non toccare quelle carte, ti prego.» «Che cos’è questa storia dell’inagibilità, Clément?» chiesi, senza arretrare di un millimetro. Tenevo il foglio con la mano sinistra e il telefono pronto nella destra. «Vaneck vuole svalutare l’intero quarto piano per comprarlo all’asta fallimentare insieme a quello della vecchia?
E tu cosa c’entri? Perché il pacco è arrivato davanti alla mia porta con il tuo nome scritto sopra a penna?» Lui si lasciò cadere a sedere direttamente sul linoleum freddo, incurante della sporcizia, con la schiena appoggiata alla parete tinteggiata di verde ospedale. Le mani gli tremavano così tanto che non riusciva a tenerle ferme sulle ginocchia.
Si passò il dorso della manica sulla bocca, lasciando una traccia scura di saliva e polvere. «Non doveva arrivare qui» mormorò, guardando la porta chiusa dell’ascensore all’estremità del corridoio. «Vaneck doveva consegnarlo a mano stasera nel garage sotterraneo. Quel cane ha fatto recapitare la perizia modificata con un furgone di linea per non farsi vedere dalle telecamere della strada.
Ha messo il tuo numero civico con la barra dell’interno sbagliata per crearsi un alibi se il plico fosse stato intercettato dai periti della procura. Se qualcuno apriva l’indagine, la colpa della violazione dei sigilli ricadeva sull’inquilino del 4A. Su di te.» Un brivido sgradevole mi risalì lungo la schiena, fermandosi alla base del cranio.
«Mi hai urlato contro, mi hai spinto, mi hai trattato come un ladro da marciapiede… solo per strapparmi la scatola dalle mani prima che capissi cosa ci fosse dentro?» «Dovevo farlo!» sibilò Delcourt, drizzando il busto con un sussulto d’orgoglio disperato. «Se Vaneck scopre che tu hai letto quei fogli, ritira la promessa. Mi butta sulla strada insieme a te.
Io non ho una pensione integrativa, capisci? Ho lavorato trent’anni per una tipografia che è fallita senza pagarmi la liquidazione. Vaneck mi ha promesso l’usufrutto a vita del mio alloggio se firmavo le false perizie sull’umidità delle pareti comuni e se facevo sparire i libretti bancari della Meunier prima dell’inventario ufficiale del cancelliere!» «Hai rubato i sigilli dalla porta del quinto piano» dissi, indicando con la punta della scarpa il metallo opaco che spuntava dai trucioli di polistirolo.
«Non li ho rubati io!» gridò Delcourt, e la voce gli salì di nuovo verso un falsetto isterico. «È stato Vaneck! È salito ieri notte alle due, mentre tu dormivi, usando le chiavi passe-partout della ditta di pulizie. Ha staccato i piombi con un filo di rame riscaldato per non rompere la cera, ha svuotato la cassaforte a muro dietro l’armadio della camera da letto e ha impacchettato tutto nella cantina comune.
Io dovevo solo ricevere il materiale peritale corrotto, firmare come testimone di parte la perizia di finto cedimento strutturale e aspettare che la gendarmeria mettesse i sigilli anche al tuo ingresso per pericolo di crollo!» Rimasi a fissarlo per tre secondi interminabili. Nel silenzio pesante del pianerottolo si sentiva soltanto il sibilo costante della colonna di scarico dell’acqua e il rumore sordo della pioggia battente contro il lucernario del tetto.
Ogni tassello degli ultimi sei mesi andava al suo posto con una precisione chirurgica e nauseante: le continue lamentele di Delcourt per finti rumori, le perizie improvvise di tecnici mandati dall’amministrazione che chiedevano di controllare i muri portanti del mio bagno, le lettere anonime lasciate nella buca delle lettere per convincermi a rescindere il contratto d’affitto a canone bloccato.
Non si trattava di semplice rancore senile o di intolleranza tra vicini. Era un piano sistematico di sfratto forzato, mascherato da degrado architettonico, per consentire a Sean-Elliot Vaneck di acquistare l’intero immobile per una frazione del suo valore di mercato attraverso una società di comodo registrata a Lussemburgo. «Raccogli quella roba» dissi a voce bassissima.

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