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«Non toccare i miei pacchi»: poi notai la scatola aperta sul pianerottolo

Clément mi guardò con gli occhi sgranati, sbattendo le palpebre. «Cosa?» «Ho detto: raccogli tutto. Mettilo dentro la scatola, pezzo per pezzo. Adesso.» «Tu… non chiami la polizia?» chiese, e nella sua voce si accese una scintilla disgustosa di speranza, la convinzione meschina che potessimo trovare un accordo, che potessi essere comprato con qualche migliaio di euro strappato al cadavere della povera signora Meunier.

«Muoviti» ripetei, senza toccarlo, indicandogli i fogli sparsi sul pavimento. Si trascinò in avanti sulle ginocchia, afferrando i fogli della perizia notarile con le dita unte e tremanti. Li infilò alla rinfusa dentro la cartella azzurra, poi raccolse i piccoli sigilli di bronzo, attento a non farli tintinnare, e infine il libretto bancario telato. Lo guardai mentre si umiliava a quattro zampe sul linoleum rigato, ansimando come un cane bastonato, ricacciando i trucioli bianchi dentro il cartone con

movimenti convulsi. Quando ebbe finito, rimase accovacciato sul pavimento, tenendo lo scatolone stretto tra le cosce, con il coperchio accostato male e le mani che premevano sopra per non farlo riaprire. Mi fissava dal basso verso l’alto, aspettando una sentenza. «Ora alzati» ordinai. Si puntellò contro la parete, lasciando un’altra impronta grigia sulla vernice, e si rimise in piedi.

Le ginocchia gli scricchiolarono sonoramente nel silenzio. «Portalo dentro casa tua» dissi, indicando la sua porta blindata. «Davvero?» balbettò Delcourt, quasi incapace di credere a quello che sentiva. «Tu… tu non dici niente a Vaneck? Lasci che finisca la faccenda?» «Fai come ti dico. Apri la porta, metti la scatola sul tavolo dell’ingresso e lascia la porta socchiusa.»

Clément obbedì all’istante, con la fretta disperata di chi intravede una via di fuga miracolosa. Infilò la pesante chiave a doppia mappa nella toppa dell’interno 4B, diede due mandate con un cigolio metallico e spinse il battente. L’odore dolciastro di cavolo bollito, cera per mobili e polvere vecchia si riversò sul pianerottolo. Entrò a passi svelti, posò lo scatolone sul piccolo tavolo di noce nell’anticamera e si voltò verso di me, con la mano ancora sulla maniglia interna.

«E adesso?» chiese a bassa voce, scrutando il mio viso per cercare di decifrare la mia espressione. Io feci un passo indietro, estrassi il telefono e sbloccai lo schermo. Non digitai il 101 della polizia ordinaria. Feci scorrere la rubrica fino a trovare il numero diretto del magistrato di turno della procura di Namur, l’avvocato Harrison-Graham Godefroid, il cui contatto mi era stato lasciato due giorni prima dalla nipote della signora Meunier, l’unica parente rintracciata in Francia, che

mi aveva chiesto di avvisarla se avessi notato movimenti sospetti attorno all’alloggio della zia. Mentre il telefono squillava nell’auricolare, guardai Delcourt dritto negli occhi. Il display del mio apparecchio, con il vivavoce già attivato, mostrava chiaramente che la registrazione ambientale era attiva dall’istante esatto in cui lui mi aveva spinto contro lo stipite. Il registratore vocale di sistema segnava sette minuti e quarantotto secondi di registrazione continua.

«Pronto? Signor Godefroid?» dissi a voce chiara, tenendo l’apparecchio davanti alla mia bocca. «Sono l’inquilino del quarto piano di Rue Saint-Géry. Clément Delcourt è qui davanti a me, dentro il suo appartamento. Ha appena confessato la violazione dei sigilli giudiziari dell’interno 5A, la sottrazione dei titoli al portatore della defunta Josiane Meunier e il piano di frode immobiliare orchestrato insieme all’amministratore fiduciario Sean-Elliot Vaneck.

Il corpo del reato è attualmente sul suo tavolo d’ingresso. Venite subito, prima che tenti di distruggere i documenti.» Dall’altra parte della linea, la voce secca del magistrato rispose senza esitazione: «Resti dove si trova e non perda di vista l’ingresso. La volante di guardia della cancelleria è già in Rue de Bruxelles, arrivano tra quattro minuti.»

Clément sbiancò fino a diventare del colore del marmo bagnato. Gli caddero le braccia lungo i fianchi. Non tentò nemmeno di richiudere la porta: la sua mano scivolò lentamente via dalla maniglia d’ottone, priva di ogni forza muscolare. Si appoggiò con la spalla allo stipite interno, con la bocca aperta e gli occhi sbarrati che fissavano il pavimento, mentre dal fondo della strada cominciava già a salire il suono lacerante e intermittente delle sirene che risalivano il pendio

verso il nostro palazzo. «Mi avevi detto… mi avevi detto di metterlo dentro…» mormorò con un filo di voce roca, quasi inudibile. «L’ho fatto perché la flagranza di reato all’interno del tuo domicilio ti toglie qualsiasi attenuante di abbandono su suolo comune» risposi con calma, chiudendo la chiamata e infilando di nuovo il telefono nella tasca dei pantaloni.

«Non toccare i pacchi degli altri, Clément. L’hai detto tu stesso: non ci si deve mai fidare delle persone come noi.» Mi voltai, entrai nel mio appartamento e chiusi la porta alle mie spalle con un solo giro di chiave, lasciando che il rumore dei passi pesanti dei poliziotti che salivano le scale a due a due riempisse finalmente il silenzio di quel maledetto corridoio.

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