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Omicidio Giulia Tramontano, nel processo d’Appello bis viene riconosciuta la premeditazione per Alessandro Impagnatiello

La giustizia italiana ha ridefinito i contorni giuridici di uno dei crimini che hanno segnato profondamente l’opinione pubblica nazionale, stabilendo che nell’azione omicida non vi fu soltanto crudeltà ma un disegno criminoso maturato nel tempo. Durante l’udienza celebrata stamattina, lunedì 26 ottobre, la Corte d’Appello di Milano ha depositato una decisione di rilievo storico e processuale nel procedimento a carico di Alessandro Impagnatiello, reo confesso del delitto avvenuto nel maggio del 2023. L’ex barman trentatreenne, già destinatario di una condanna definitiva al massimo della pena nel giugno del 2025, si vede ora attribuire formalmente anche la premeditazione, un tassello fondamentale richiesto con forza dalla pubblica accusa dopo i passaggi nei vari gradi di giudizio affrontati in questi anni di dibattimento nelle aule giudiziarie milanesi.

Il delitto si consumò all’interno dell’abitazione di Senago, nella Città Metropolitana di Milano, dove la compagna Giulia Tramontano fu aggredita e colpita con trentasette coltellate. La vittima era incinta al settimo mese di un bambino che la coppia aspettava, un elemento centrale nelle motivazioni che hanno spinto i giudici a riconsiderare la dinamica degli eventi. Nei mesi precedenti al tragico epilogo, precisamente a partire dal mese di dicembre 2022, l’imputato aveva iniziato a somministrare di nascosto veleno per topi e ammoniaca alla compagna, nel tentativo di interrompere la gravidanza. Le indagini informatiche avevano dimostrato come le ricerche sui motori di ricerca riguardo a sostanze tossiche fossero iniziate con largo anticipo rispetto al giorno dell’aggressione mortale, evidenziando una persistenza criminosa che ha spinto i magistrati a valutare con estrema severità ogni singola azione compiuta dall’uomo all’interno delle mura domestiche dove si consumava questa drammatica vicenda quotidiana.

La ricostruzione dell’accusa e il ruolo delle prove digitali

Nel corso della discussione in aula, la sostituta procuratrice generale Maria Pia Gualtieri ha evidenziato la necessità di ristabilire una corretta qualificazione giuridica dei fatti. Secondo l’accusa, la condotta dell’imputato ha espresso la massima intensità del dolo, negando qualsiasi tesi difensiva che tendesse a ridimensionare la gravità dei preparativi. La rappresentante della pubblica accusa ha rimarcato come l’uomo avesse avuto numerose occasioni per interrompere il suo piano criminoso, preferendo invece portare avanti la sua intenzione per liberarsi degli ostacoli che intralciavano la sua relazione parallela con un’altra collega di lavoro. L’episodio del ventisette maggio 2023 rappresentò il culmine della tensione, quando la ventinovenne riuscì a scoprire la verità dopo un confronto telefonico con l’altra donna, scatenando la reazione violenta del compagno che aveva già predisposto tutto il necessario per cancellare le tracce del proprio operato criminale prima ancora di fare rientro nella propria abitazione condivisa con la vittima inerme.

La difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocata Giulia Geradini, ha tentato di sostenere la tesi di un comportamento estemporaneo e confuso, evidenziando che l’acquisto della benzina avvenne dopo il delitto e che le tracce lasciate dimostrerebbero una scarsa organizzazione complessiva. La penalista ha sostenuto che il problema principale per l’assistito fosse la presenza del feto e non la volontà di eliminare la compagna, pur riconoscendo la gravità oggettiva della responsabilità penale. Tuttavia, i giudici della Suprema Corte prima e la Corte d’Appello bis poi hanno ritenuto che la somministrazione protratta del veleno configurasse pienamente la premeditazione, smontando la linea difensiva che puntava a derubricare l’aggressione a un gesto d’impeto privo di premeditazione strutturata e metodica.

Le tappe del processo e le reazioni della famiglia

Il percorso giudiziario aveva visto una prima condanna all’ergastolo nel novembre del 2024 da parte della Corte d’Assise di Milano, che aveva riconosciuto tutte le aggravanti tra cui crudeltà, premeditazione e il rapporto di convivenza. Successivamente, nel giugno del 2025, la precedente pronuncia d’Appello aveva confermato il fine pena mai ma escluso la premeditazione, accogliendo parzialmente le argomentazioni sulla natura abortiva delle somministrazioni di topicida. Il ricorso presentato dalla Procura generale in Cassazione ha però ribaltato questo orientamento, imponendo un nuovo esame che oggi restituisce un quadro accusatorio completo e definitivo per quanto riguarda gli elementi costitutivi del reato ascritto all’imputato. La famiglia della vittima, attraverso le parole della sorella Chiara Tramontano e dell’avvocato Nicodemo Gentile, ha espresso ferma condanna per l’atteggiamento dell’imputato, ribadendo la richiesta di una pena esemplare che rispecchi la totale assenza di umanità dimostrata durante e dopo l’Omicidio commesso a Senago.

Questa complessa vicenda giudiziaria continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale per l’analisi e la comprensione della violenza domestica e delle dinamiche criminali nel nostro Paese, evidenziando l’importanza cruciale di una lettura rigorosa delle prove materiali e delle tracce informatiche lasciate dai responsabili di simili atti efferati durante le fasi preliminari e successive all’esecuzione materiale del reato contestato nei tribunali della Repubblica italiana. Gli inquirenti hanno lavorato mesi per ricostruire ogni singolo dettaglio informatico e chimico, dimostrando come la meticolosità delle indagini scientifiche possa fare luce anche sui crimini più complessi e nascosti tra le pareti domestiche, restituendo giustizia alle vittime e alle loro famiglie che attendono risposte definitive dalla magistratura inquirente e giudicante in ogni grado di giudizio previsto dall’ordinamento giuridico vigente nel territorio nazionale.

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