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Feltri affonda sui giovani: «Nel mondo del lavoro non si vedono, ma quando c’è da fare danni sono sempre in prima fila»

Immagine di repertorio per sigarette elettroniche

Nella rubrica del 24 ottobre su Il Giornale, Feltri parte da una lettera e lega visibilità mediatica, disordini a Milano, salari bassi e precarietà.

«La gioventù è diventata una categoria dello spirito: quando lavora è invisibile, quando delinque finisce in prima pagina», scrive Vittorio Feltri nella rubrica pubblicata sabato 24 ottobre su Il Giornale. L’osservazione arriva a partire da una lettera inviata da un lettore e diventa lo spunto per contrapporre due immagini opposte: da un lato i ragazzi che, senza clamore, provano a costruirsi un futuro lavorando; dall’altro chi finisce al centro della cronaca per episodi di violenza e danneggiamenti.

Il punto, nella lettura del giornalista, non è negare il problema dell’ordine pubblico o minimizzare i disordini, ma evidenziare un meccanismo ricorrente dell’attenzione pubblica: il lavoro quotidiano resta spesso sullo sfondo, mentre la scena si accende quando entrano in gioco la devianza e lo scontro. Il ragionamento, però, non si ferma alla visibilità mediatica: Feltri lega il tema alla precarietà e agli stipendi che, secondo quanto scrive, rendono difficile l’autonomia economica dei più giovani.

sigarette elettroniche: La lettera del lettore e l’incontro in tabaccheria

La riflessione nasce dalla testimonianza di Mario Taliani, che nella lettera racconta un episodio semplice: un ingresso in tabaccheria per un acquisto e l’incontro con una ragazza impegnata nella promozione di sigarette elettroniche. Un frammento di quotidianità che, per il lettore, diventa immediatamente una domanda più ampia: che cosa significa oggi “iniziare” a lavorare, soprattutto per chi è giovane e, in particolare, per una giovane donna?

Nel racconto, la figura della ragazza al lavoro viene messa a confronto con quella di coetanei protagonisti di disordini. Taliani richiama anche Luigi Pirandello e l’idea di “volti e maschere” come chiave per leggere ciò che appare e ciò che resta nascosto: chi lavora assume spesso un profilo anonimo, mentre chi agisce in modo eclatante, anche distruttivo, finisce per imporsi nella percezione collettiva.

Feltri riprende lo spunto e lo sviluppa nel suo stile, insistendo su una differenza di trattamento: l’impegno ordinario non produce notizia, mentre l’atto violento richiama attenzione e commenti. Nella rubrica, il caso della giovane in tabaccheria diventa così il simbolo di una parte di generazione che non entra nelle statistiche emotive dei talk, non alimenta dibattiti istantanei e, proprio per questo, rimane ai margini del racconto pubblico.

Milano e il confronto con i disordini: chi fa notizia e chi no

Nel testo Feltri collega la lettera agli episodi di violenza e danneggiamenti avvenuti a Milano “negli ultimi giorni”, usandoli come sfondo per un confronto diretto: i giovani che finiscono nelle cronache per scontri e devastazioni contro i coetanei che ogni giorno svolgono lavori ordinari, spesso con paghe limitate e prospettive poco chiare.

La contrapposizione non è presentata come un giudizio uniforme su “i giovani” in quanto tali. Piuttosto, il bersaglio dichiarato è la dinamica dell’attenzione: una parte della gioventù viene vista quasi esclusivamente quando si parla di ordine pubblico, mentre l’altra – quella che lavora, studia, fa turni, regge l’urto della precarietà – fatica a ottenere riconoscimento.

Feltri sintetizza la sua tesi in una frase che punta a descrivere una percezione sociale prima ancora che una statistica: i giovani che si impegnano non “bucano” lo schermo, mentre chi commette reati conquista la scena. In questo schema, scrive, scattano telecamere e analisi specialistiche, mentre chi passa ore dietro un banco resta un volto tra tanti, senza narrazione.

È un punto di vista che, nel pezzo, serve anche a ribaltare un’abitudine: associare la parola “giovani” soprattutto a problemi e disordine. Feltri sostiene invece che esiste una normalità fatta di lavoro e rinunce che raramente viene raccontata con la stessa enfasi riservata alle notizie di cronaca nera o ai danni in città.

La dignità del lavoro non basta senza stipendi adeguati

Nella rubrica il giornalista chiarisce che la celebrazione del lavoro, da sola, non risolve il nodo centrale. Feltri insiste sul fatto che la dignità professionale deve essere accompagnata da condizioni economiche adeguate: un’occupazione può non bastare a garantire l’indipendenza, soprattutto quando lo stipendio è modesto e la stabilità resta un miraggio.

Da qui il passaggio su retribuzioni insufficienti e precarietà, che nel testo vengono indicati come elementi in grado di svuotare di senso molti discorsi pubblici. Feltri mette in fila un ragionamento: se si chiede ai giovani responsabilità, disciplina e progettualità, allora occorre riconoscere che la costruzione di un futuro dipende anche da ciò che il mercato del lavoro offre concretamente, non solo dai richiami morali.

Nel pezzo emerge anche un riferimento al tema del lavoro femminile. Feltri critica la distanza tra le dichiarazioni di principio – l’enfasi sul valore, sulle capacità e sull’importanza dell’occupazione delle donne – e le condizioni che, secondo quanto scrive, vengono poi proposte nella realtà. In altre parole: gli attestati di stima e le celebrazioni rischiano di restare retorica se non seguono contratti e salari in grado di sostenere una vita autonoma.

Il tema economico, nella struttura del ragionamento, non è un’aggiunta accessoria ma un cardine: la ragazza citata dal lettore, impegnata a promuovere sigarette elettroniche, rappresenta la volontà di lavorare; tuttavia, la qualità del lavoro e la sua capacità di dare futuro dipendono dalla solidità delle condizioni offerte. Feltri lega così l’invisibilità del lavoro alla fragilità materiale che spesso lo accompagna.

Le responsabilità degli adulti e la “lezione” ai giovani

La parte conclusiva della rubrica si concentra sul rapporto tra generazioni. Feltri osserva una contraddizione: gli adulti continuano a dispensare lezioni su comportamento e responsabilità, mentre molti giovani si trovano a muoversi in un contesto fatto di opportunità instabili. Riprendendo l’impostazione evocata dal lettore con Pirandello, Feltri rovescia l’attenzione sul ruolo di chi ha costruito – o comunque attraversato da protagonista – le trasformazioni del lavoro negli ultimi decenni.

In questa lettura, la precarietà non è solo una condizione vissuta dai giovani, ma anche un terreno su cui pesa una responsabilità più ampia: istituzioni, imprese, e in generale la società adulta che, pur chiedendo impegno, non sempre ha garantito strumenti sufficienti per rendere quell’impegno un progetto di vita.

La ragazza in tabaccheria, per come viene raccontata, diventa allora l’emblema di un atteggiamento che Feltri valorizza: fare la propria parte senza trasformare ogni esperienza in una battaglia pubblica, senza cercare visibilità a tutti i costi. È una conclusione che non si limita a lodare il “buon comportamento”, ma riporta al punto pratico: perché il lavoro sia davvero un’opportunità, occorre che permetta di vivere senza dipendere economicamente dalla famiglia.

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